💰 IL RISPARMIO NON CRESCE DA SOLO. E TASSARLO DI PIÙ NON LO AIUTA.

Vorrei quindi chiarire in fin dall’inizio che la mia riflessione è esclusivamente professionale: riguarda il risparmio delle famiglie e le conseguenze delle decisioni che lo interessano.
Le posizioni espresse da Elly Schlein e le proposte del Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte hanno riportato al centro del dibattito la tassazione delle rendite finanziarie. Schlein sostiene un aumento del prelievo; il M5S propone interventi sulle grandi attività finanziarie e sulla speculazione, prevedendo protezioni per il piccolo risparmio e agevolazioni per gli investimenti di lungo periodo. Sono impostazioni diverse, ma sollevano una questione che merita attenzione: il 26% pagato sui guadagni di molti investimenti è davvero una tassazione troppo bassa?
Per rispondere, partirei dalla vita di chi quei soldi li ha messi da parte.
Una persona lavora, paga le imposte sul proprio reddito, sostiene le spese della famiglia e, quando riesce, risparmia qualcosa. Ripete questo percorso per anni. Poi decide di investire una parte del capitale accumulato: magari per integrare la futura pensione, aiutare i figli o conservare nel tempo il valore del proprio patrimonio.
Da quel momento, nel linguaggio del dibattito pubblico, i suoi eventuali guadagni diventano “rendite finanziarie”. Un’espressione che può far pensare a denaro che arriva facilmente, quasi senza fare nulla. Eppure, dietro quel rendimento ci sono risparmio, programmazione, scelte, tempo e rischio. Il capitale può crescere, ma può anche diminuire.
È vero: il fatto che il denaro investito provenga da redditi già tassati non rende automaticamente esentasse i guadagni successivi. Ma dovrebbe almeno ricordarci che stiamo parlando anche dei sacrifici delle famiglie, non soltanto di grandi fortune.
E quando si parla di dividendi, cioè degli utili distribuiti dalle aziende ai propri azionisti, il quadro è ancora più interessante.
Immaginiamo una società italiana che produca 100 euro di utile, coincidente, per semplicità, con il suo reddito imponibile. Nel regime ordinario, dopo l’IRES del 24% ne restano 76. Se vengono distribuiti a un risparmiatore soggetto al prelievo del 26%, nelle sue tasche arrivano 56,24 euro.
Considerando soltanto queste due imposte, 43,76 euro sono già andati al fisco, prima attraverso la società e poi attraverso l’azionista. Il 26%, dunque, racconta soltanto l’ultimo passaggio.
Anche guardando oltre i nostri confini, definirlo un trattamento particolarmente generoso è discutibile. Sulle plusvalenze azionarie l’Italia si colloca sopra la media dei Paesi europei analizzati dalla Tax Foundation. Esistono Paesi con aliquote più elevate, quindi non sarebbe corretto parlare di un primato mondiale. Ma non partiamo certamente da una tassazione trascurabile.
Il punto che mi preoccupa, però, riguarda soprattutto ciò che potrebbe accadere dopo un aumento.
Chi investe valuta se il possibile risultato giustifichi il rischio e il tempo necessario. Se una quota maggiore del guadagno viene assorbita dalle imposte, mentre la possibilità di perdere rimane la stessa, l’investimento diventa meno conveniente. E qualcuno potrebbe concludere: “A questo punto, lascio tutto sul conto”.
Una conclusione che in Italia conosciamo già bene.
Alla fine del 2025, secondo l’analisi FABI, le famiglie italiane detenevano circa 1.600 miliardi di euro in conti correnti e depositi: quasi un quarto della loro ricchezza finanziaria.
Quando il denaro rimane fermo per anni soltanto per paura o abitudine, la tranquillità del saldo può nascondere una lenta riduzione del suo potere d’acquisto. Il numero sul conto resta uguale; quello che possiamo comprarci, spesso, no.
La scarsa conoscenza dei temi finanziari, rilevata anche dalla Banca d’Italia, rende più difficile distinguere un investimento ragionato da una scommessa. A mio giudizio, dovremmo aiutare le persone a comprendere questa differenza. Un aumento generalizzato delle imposte rischierebbe invece di dare loro un motivo in più per restare ferme.
E questo riguarda anche le imprese.
Dietro un nuovo prodotto, un laboratorio di ricerca o un’azienda che vuole crescere ci sono persone con idee e competenze. Ma servono anche capitali. Il risparmio, quando raggiunge le imprese attraverso strumenti adeguati, può contribuire a trasformare quei progetti in attività concrete.
Anche le banche utilizzano i depositi per concedere credito. Tuttavia, un mercato capace di attrarre investitori offre alle imprese più possibilità di raccogliere risorse, l’esempio degli Stati Uniti è un fulgido esempio di come l’innovazione viva sulla capacità dell’investimento privato.
Rendere meno conveniente investire può indebolire questo collegamento, proprio quando abbiamo bisogno di crescita e innovazione.
Per questo considero sbagliato un aumento della tassazione sui rendimenti. Gli interventi mirati sui grandi patrimoni rischiano di far fuggire all’estero quei valori; penalizzare in modo generalizzato chi investe i propri risparmi avrebbe conseguenze ben più ampie.
Il risparmio rappresenta una possibilità: per una famiglia, di costruire maggiore sicurezza; per un’impresa, di realizzare un progetto; per il Paese, di creare nuove opportunità. Prima di chiedergli un contributo fiscale maggiore, dovremmo domandarci quali sarebbero le reali conseguenze di un aggravio dell’imposizione fiscale.
Se chiediamo alle persone di investire nel futuro, ma rendiamo quel passo meno conveniente, non rischiamo di convincerle a lasciare tutto fermo nel presente?




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