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*E SE I CONTRIBUTI INPS DIVENTASSERO UN CAPITALE DA 1,8 MILIONI DI EURO?* 🤔💰

Immagine del redattore: Francesco Danile
Francesco Danile
10 minuti fa
Tempo di lettura: 3 min
Ogni mese una parte importante del costo del lavoro viene versata all’INPS per costruire la futura pensione.
Ogni mese una parte importante del costo del lavoro viene versata all’INPS per costruire la futura pensione.

Ma cosa accadrebbe se, per pura ipotesi, gli stessi contributi potessero essere investiti in un fondo pensione con una linea azionaria?


Prendiamo come esempio un lavoratore dipendente con una RAL, cioè una retribuzione annua lorda, di 35.000 euro.


L’aliquota contributiva utilizzata per calcolare la pensione è pari al 33%. Ogni anno vengono quindi accantonati:


11.550 euro all’anno


962,50 euro al mese


Per formulare un’ipotesi di rendimento abbiamo analizzato lo S&P 500, l’indice che rappresenta le 500 maggiori società quotate negli Stati Uniti.


Negli ultimi 40 anni, considerando anche il reinvestimento dei dividendi, lo S&P 500 ha ottenuto un rendimento medio annualizzato di circa l’*11,56%*.


Per rendere la simulazione più prudente abbiamo applicato questo calcolo:


rendimento storico: 11,56%


rendimento dopo una ritenuta teorica del 26%: 8,55%


ulteriore margine prudenziale: meno 2 punti percentuali


rendimento finale utilizzato, arrotondato per difetto: 6% annuo


Ipotizziamo quindi che il lavoratore versi 962,50 euro ogni mese per 40 anni e che il capitale cresca mediamente del 6% all’anno.


Il risultato sarebbe:


Contributi complessivamente versati: 462.000 euro


Rendimenti maturati nel tempo: circa 1.374.000 euro


Montante finale accumulato: circa 1.836.000 euro


La parte più sorprendente è che, dei circa 1,8 milioni di euro finali, soltanto 462.000 euro deriverebbero dai versamenti effettuati dal lavoratore.


Tutto il resto, oltre 1,37 milioni di euro, sarebbe prodotto dai rendimenti e dall’*interesse composto*: il meccanismo attraverso il quale i guadagni maturati generano a loro volta nuovi guadagni. È come una palla di neve che, avanzando lentamente per molti anni, diventa sempre più grande.


Dopo 40 anni di partecipazione a un fondo pensione, la tassazione agevolata sulla parte imponibile della prestazione può scendere al 9%.


Poiché i rendimenti del fondo vengono già tassati durante la fase di accumulo, l’imposta finale colpirebbe normalmente la parte del capitale derivante dai contributi dedotti.


Il risultato finale sarebbe quindi:


Imposta teorica sulla prestazione: circa 41.600 euro


Capitale netto destinabile alla rendita: circa 1.795.000 euro


Trasformando questo capitale in una rendita vitalizia e ipotizzando un tasso annuo del 4,5%, si otterrebbe:


RENDITA VITALIZIA ANNUA: CIRCA 80.800 EURO


RENDITA VITALIZIA MENSILE: CIRCA 6.730 EURO


Il risultato è impressionante: la rendita pensionistica teorica sarebbe pari a oltre 2,3 volte la retribuzione annua lorda di 35.000 euro percepita durante la vita lavorativa.


In altre parole, il lavoratore potrebbe ricevere una pensione annua nettamente superiore al reddito lordo sul quale erano stati calcolati i contributi.


È corretto ricordare che i risultati passati non garantiscono quelli futuri. Tuttavia, questa simulazione non prevede di investire tutto il capitale in un unico momento.


I 962,50 euro verrebbero versati ogni mese, attraversando sia le fasi positive sia quelle negative dei mercati. Quando le quotazioni scendono, con lo stesso versamento si acquistano più quote; quando risalgono, quelle quote partecipano alla successiva ripresa. Questo meccanismo può migliorare il prezzo medio di acquisto e riduce il rischio di investire l’intero capitale nel momento sbagliato.


Su un orizzonte temporale di 40 anni, la probabilità di ottenere un risultato complessivamente negativo diventa storicamente estremamente remota o quasi impossibile. Il tempo permette infatti di attraversare crisi finanziarie, recessioni e ribassi continuando a investire anche nei momenti in cui i prezzi sono più convenienti.


Naturalmente oggi non possiamo decidere di trasferire i contributi previdenziali obbligatori dall’INPS a un fondo pensione. Ma questa ipotesi ci mostra con grande chiarezza la straordinaria potenza di tre elementi:


tempo


continuità dei versamenti


disciplina


Ed è proprio da questo confronto che nasce una domanda molto concreta:


Se non possiamo scegliere dove investire i contributi INPS, perché non destiniamo almeno il TFR a un fondo pensione fin dal primo giorno in cui iniziamo a lavorare?


Rinviare questa decisione non significa soltanto versare meno denaro. Significa soprattutto perdere gli anni durante i quali l’interesse composto avrebbe potuto lavorare per noi.


Il capitale può essere versato anche in seguito. Il tempo perduto, invece, non può più essere recuperato.  

 
 
 

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