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🤖🚨 *LA BOLLA DELL’AI? FORSE STIAMO FACENDO LA DOMANDA SBAGLIATA*

Immagine del redattore: Francesco Danile
Francesco Danile
11 minuti fa
Tempo di lettura: 2 min
Prima è toccato alle aziende del software. Ora è il turno dei produttori di chip e delle società legate ai data center.
Prima è toccato alle aziende del software. Ora è il turno dei produttori di chip e delle società legate ai data center.

Il copione è sempre lo stesso: arriva una notizia negativa, scatta la paura e il mercato vende un’intera categoria senza distinguere tra aziende solide, aziende fragili e aziende che potrebbero persino trarre vantaggio dalla situazione.


Ma parlare genericamente di “titoli legati all’intelligenza artificiale” è un errore.


L’AI non è un unico settore: è una lunga filiera nella quale ogni azienda svolge un mestiere diverso.


 Micron produce memorie per i server e dipende dagli investimenti futuri in potenza di calcolo.


 Alphabet acquista enormi quantità di chip per sviluppare i propri servizi: un rallentamento della corsa potrebbe quindi alleggerire i suoi costi.


 CrowdStrike vende sicurezza informatica: più aumentano i timori sui rischi dell’AI, maggiore potrebbe diventare la domanda di protezione.


La stessa notizia può quindi far scendere un titolo del 7%, farne salire un altro del 2% e spingerne un terzo del 15%. Non è una contraddizione: dipende dal punto della filiera in cui si trova ciascuna azienda.


Anche la recente paura sui produttori di chip merita di essere osservata con attenzione. La richiesta di rallentare lo sviluppo dei modelli più potenti riguarda soprattutto il loro addestramento, cioè la fase in cui l’intelligenza artificiale “impara” elaborando enormi quantità di dati.


Ma l’*utilizzo* dei modelli già esistenti continua a crescere: aziende, programmi e servizi digitali hanno bisogno ogni giorno di una quantità sempre maggiore di potenza di calcolo.


Inoltre, un eventuale rallentamento dovrebbe essere condiviso da tutti. Se alcuni Paesi o alcuni sviluppatori continuassero la corsa, gli altri difficilmente resterebbero fermi. Senza un accordo globale, una vera pausa sarebbe quindi molto complicata.


A febbraio il mercato temeva che l’AI avrebbe spazzato via le aziende del software. Oggi alcune di quelle società stanno dimostrando di poter trasformare l’intelligenza artificiale in nuovi servizi e nuovi ricavi. Ora la paura si è semplicemente spostata sull’hardware.


L’apocalisse non è scomparsa: ha soltanto cambiato bersaglio.


Questo non significa che tutti i titoli del settore siano destinati a salire. Significa, però, che non bisogna giudicare un investimento dalla sua etichetta. È necessario capire come guadagna l’azienda, quali costi sostiene, quali vantaggi possiede e a quale prezzo viene acquistata.


Nel breve periodo, inoltre, il pericolo più concreto per i titoli tecnologici potrebbe non essere una dichiarazione sull’AI, ma il livello elevato dei tassi d’interesse. Quando i tassi salgono, gli utili attesi nel futuro valgono meno oggi e le valutazioni di Borsa possono diminuire, anche se le prospettive industriali rimangono positive.


 RIFLESSIONE FINALE


Quando tutti corrono nella stessa direzione, vendendo indistintamente un intero settore, spesso è proprio quello il momento in cui bisogna fermarsi e ragionare.


La domanda corretta non è: “L’intelligenza artificiale salirà o scenderà?”


La vera domanda è: “Quale parte della filiera sto acquistando, con quali prospettive e a quale prezzo?”


Perché seguire la paura è facile. Investire significa distinguere.  


 
 
 

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